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La maledizione

di Cristo

Alessandro Scannella

F i l o

il

Copyright © 2005 Il Filo S.r.l., Roma

www.ilfiloonline.it

ISBN 88-7842-314-9

I edizione dicembre 2005

stampato da Selecta Spa, Milano

LA MALEDIZIONE DI CRISTO

 

Dedicato a mia Madre

 

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Premessa

Erano trascorsi diversi anni dall’apocalittico cataclisma che

il 26 dicembre del 2004 rovinò buona parte delle coste asiatiche

seminando distruzione e morte lungo le sponde di oltre

sette Paesi dell’Estremo Oriente, dal lussureggiante Borneo,

sino alle riarse rive della Somalia.

I giapponesi lo avevano chiamato Tsunami, ossia “onda del

porto”.

In verità si era trattato di un maremoto, il maggiore e impetuoso

a memoria d’uomo, originato dall’impatto dirompente

di due delle innumerevoli zolle tettoniche che ricoprono

il nostro globo, (spaccato come la scorza d’uno stagionato

cocomero), avvolgendolo al pari della buccia d’una arancia,

che ne arrotola la polpa.

Tali sono i frammenti della crosta terrestre, che galleggiando,

vagano sulla rimanente materia ancor fusa e ribollente

(sin dal suo distacco dalla massa-madre, dopo la primordiale

esplosione cosmica conosciuta come “Big-Bang”); essi, urtandosi

reciprocamente provocano gli innumerevoli, periodici

sismi più o meno devastanti.

Quella volta l’epicentro risultò ubicato nella fenditura posta

tra le isole di Sumatra e quelle dello Sri Lanka.

L’impatto distruttivo delle due placche, che accavallandosi

innalzarono la crosta terrestre di oltre dieci metri per una

lunghezza di duecento chilometri, determinò il risucchio delle

acque oceaniche che, attratte dalla forza gravitazionale, produssero

un accumulo di energia tale da spingerne i flutti per

oltre tremila chilometri, a una velocità iperbolica, capace di

distruggere e appiattire al suo passaggio ogni cosa, unitamente

a ogni entità vivente.

Diverse migliaia furono gli occidentali che perirono in quell’immane

calamità, specie quelli provenienti dai paesi scandinavi

che, come d’abitudine, si recavano in quei paradisi sparsi

su tutta la linea del Sud-Est Asiatico per trascorrere le festività

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di fine anno. I morti locali superarono il milione, anche se

ufficialmente si parlò solo di diverse migliaia di vittime; ma va

tenuto conto che in quei Paesi buona parte della popolazione

indigena non risultava censita e i cadaveri, come da tradizione,

vennero subito cremati su cataste improvvisate.

Altri invece, per paura di contaminazioni epidemiche, vennero

frettolosamente sepolti in innumerevoli fosse comuni,

unitamente purtroppo a centinaia di vittime di origine occidentale,

di cui non se ne seppe più nulla. Numerosi, poi, furono

i corpi ingoiati dal mare, finiti tra le fauci dei pescecani

o divorati dai caimani vaganti tra i numerosi atolli sparsi nell’Oceano

Indiano.

A quel tempo, l’allora Pontefice Papa Wojtyla, ossia Giovanni

Paolo II, sebbene vecchio e schiacciato dal morbo di

Parkinson, che ne comprometteva l’uso della parola e della

deambulazione, e che aveva mutato la sua attiva e piacevole

figura in quella di un essere ricurvo e drammaticamente sofferente,

era pervicacemente inchiodato al prestigioso soglio di

San Pietro dove i fedeli lo vedevano incorniciato da un alone

di santità.

Pochi giorni dopo il fatale sisma, affacciatosi alla famosa

finestra prospiciente piazza San Pietro, gremita di fedeli angosciati,

egli lasciò il proprio eterogeneo gregge, stupefatto,

quando asserì, nel suo ormai indecifrabile verbo, che tale

ecatombe era stata provocata dal Signore quale grande prova

d’amore.

Inesorabilmente, l’anno seguente, alle 21:37, del livido, sabbatico

crepuscolo del 2 aprile 2005, ebbe a raggiungere quell’incommensurabile

esercito di santi da lui creati, allorché la

Morte, pietosa, lo colse ancor prima che potesse finire la sua

grande missione: portare la pace nel mondo.

Ne seguì una superba e indimenticabile cerimonia funebre,

tanto che la città eterna, prima d’allora, non fu mai testimone

della presenza di tanti milioni di pellegrini giunti da tutto il

mondo, con la partecipazione di oltre cinquanta capi di Stato

delle maggiori e più evolute nazioni del pianeta, a esclusione

della Cina, (con la quale il Vaticano non ebbe mai felici

rapporti), e della Russia, il cui presidente Putin preferì farsi

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rappresentare da un alto funzionario, onde evitare di urtare la

suscettibilità del primate ortodosso Alessio II, acerrimo oppositore

del Papa polacco, al quale aveva impedito l’incontro

con la comunità cattolica dell’Ucraina, contrastandogli l’ambito

viaggio pontificale in Russia che di fatto non avvenne mai.

Due giorni dopo il corpo del Papa riposava entro la cripta

sottostante l’altare maggiore della basilica, nel sepolcro che

aveva già ospitato il precedente Pontefice, traslato dopo la recente

beatificazione.

Nuovamente piazza San Pietro divenne meta di migliaia di

fedeli, bramosi di tributare l’estremo saluto al “Grande Padre”,

come fu definito dal cardinale Tettamanzi, allora Vescovo

di Milano.

Una interminabile coda di devoti si protrasse, sin dalle prime

luci dell’alba, dalle rive del Tevere, avanzando lentamente

verso l’augusto loco sepolcrale, costringendo i pellegrini ad

attese snervanti.

E come è d’uso e malcostume in ogni umano comportamento,

si intravidero lussuose automobili che, a dispetto della

lenta colonna, sfrecciavano imperturbabili con il loro carico

di facoltose e boriose personalità, assistite dai servili controllori,

suscitando non poche, risentite critiche.

Purtroppo neanche la morte di un grande pontefice, che era

stato per tutta la sua vita esempio di grande umiltà, indusse

alcun papavero al giusto rispetto nei riguardi delle persone cosiddette

“comuni”, meno abbienti e indifese, per di più esauste

a causa dell’estenuante attesa.

Ma… questa è la nostra società, dove le prepotenze più umilianti

ci appaiono come dettate dalle giuste esigenze, anziché

da un’etica spocchiosa e cialtrona.

In conclusione, per ricordare il valore del grande apostolato

dell’instancabile Papa Pellegrino, va ricordato, però, per coerenza,

che fra tante esaltazioni, lo scomparso pontefice ebbe a

subire non poche critiche, per ciò che ostinatamente non fece

e non volle fare.

Per prima cosa non dispensò equità nei riguardi delle donne,

le quali, ancor oggi, dopo millenni di sottomissione, mantengono

un ruolo relativamente ristretto nell’ambito religioso.

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Non concesse ai propri ministri e alla congregazione monastica

possibilità di contrarre matrimonio e soprattutto di

cancellare la castità sacerdotale e conventuale, unica e sola origine

della pedofilia e della omosessualità imperante nel clero,

specie tre le oscure mura dei conventi.

Si pronunciò contro l’uso del profilattico che, pur apparendo

un mezzo squallido, pare sia il solo strumento atto a evitare

di contrarre pericolosissime malattie come l’AIDS e, nei

Paesi del Terzo Mondo, (laddove tra bibliche carestie e guerre

fratricide, scarseggiano le possibilità di una soddisfacente alimentazione),

di arrestare le sfrenate e ottuse procreazioni di

esseri destinati a una dolorosa e immatura fine.

Infine si imputò allo scomparso pontefice il fatto di non

aver lasciato alle sue spalle le vetuste convinzioni che fanno

del sesso una sorta di atto diabolico e malvagio, invece di

accettare che lo stesso altro non è che un puro e innocente

istinto animale, tanto indispensabile alla conservazione della

specie quanto naturale.

Anche la medicina in parte venne ostacolata, con il cieco divieto

della clonazione e all’utilizzazione delle cellule staminali,

nuova e palpabile speranza atta alla guarigione dei morbi più

devastanti. Ma Papa Giovanni Paolo II, purtroppo, invece di

lasciar condurre alla Scienza il libero e inarrestabile suo percorso,

volle caparbiamente sostenere l’indiscutibile esistenza e

possanza del demonio, unica e vera fonte d’ogni male.

Il 19 aprile, l’assemblea dei cardinali chiusi in Conclave, soltanto

dopo il quarto scrutino, ebbe a eleggere quale successore

il cardinale bavarese Joseph Ratzinger, un settantottenne

teutone dalla forte tempra e ostinato conservatore che, a parere

unanime, avrebbe dato nuovo lustro e maggior prestigio

al magno Trono di San Pietro, anche se “Il Manifesto”, un

quotidiano comunista, erede della criminale fede staliniana,

salutò la sua elezione con questo scellerato titolo: “Il Pastore

Tedesco”.

* * *

Tornando ai disastri ambientali, purtroppo lo tsunami non

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fu l’unico evento disastroso di quel periodo.

Fu seguito dall’uragano Katrina, che spazzò via l’intera città

di New Orleans, e poi da Rita, tornado meno violento dal

punto di vista meteorologico ma devastante a livello psicologico:

le previsioni attivarono un eccessivo allarmismo tra le

popolazioni abitanti dalla costa del Golfo del Messico sino al

confine tra Texas e Louisiana che, visti i precedenti disastrosi

fenomeni, vennero colte da angoscioso panico. E ancora terremoti,

alluvioni e ogni sorta di manifestazione di ribellione

della natura verso l’uomo continuarono a susseguirsi sconvolgendo

il nostro pianeta.

Tali eventi ebbero però il pregio di scuotere gli uomini più

illuminati e potenti facendo germogliare in loro il seme della

fratellanza, che indusse gli Stati più progrediti e abbienti a devolvere

cospicui emolumenti a favore dei popoli afflitti dalle

catastrofi. Purtroppo si era trattato di un’“ondata anomala”

come quella che aveva sconvolto l’Oceano Indiano, e tali atti

benefici ben presto cessarono.

Il torchio dell’odio tornò a girare vorticosamente, sospinto

dalle sanguinose azioni dei terroristi iracheni che non intendevano

sottomettersi al pesante tallone americano.

Tale rovente fiammata d’astio, non era, comunque, che il

ravvivarsi dell’antica fiamma d’odio celata sotto le ceneri secolari

della tolleranza, già originata dalla scellerata epopea

crociata e ormai sopita dopo l’inusitata avventura coloniale.

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CAPITOLO I

 

Quella notte, una devastante deflagrazione squarciò la serena

atmosfera romana, nei pressi del Colosseo.

Nella stazione della metropolitana un grosso carico esplosivo

aveva ultimato il proprio compito assassino.

Un uomo di origini indonesiane, dopo aver lavorato vent’anni

come sguattero, si fece saltare in aria in una delle carrozze

ricolma di persone appena giunta alla fermata, sconvolgendo

la sorte di centinaia di esseri umani, inermi e innocenti, presenti

sia dentro che fuori il convoglio.

Il terrorista, mischiato tra la folla, aveva come sempre prescelto

il luogo e il tempo più adatti, laddove avrebbe trovato

stipate in uno spazio ristretto il maggiore numero di anime, in

modo che il suo spirito, in maniera più grande e esaltante, si

sarebbe coperto di gloria!

La fredda luce dei lampioni al neon illuminava d’un livido

chiarore il triste teatro dello scempio, preceduta da una brezza

gelida che aveva anticipato il sopraggiungere del mezzo ferrato,

ove stava la Morte in veste di un attivo “dormiente”.

Quella notte sembrava che Dio avesse dimenticato il mondo.

Decine e decine di cadaveri sparsi tra feriti più o meno

gravi, urlanti o gementi, annichiliti dalla tragica realtà: una

moltitudine che giaceva come un macabro tappeto di foglie

morte e agonizzanti, strappate da un vento impietoso.

Quella notte, lungo la stazione metropolitana, che sprofondava

accanto al più vasto delle vetuste mura romane, già saturo

di raccapricciante memoria, Roma aveva conosciuto il

più sanguinoso dei drammi, ovvero l’ultimo degli attentati che

da troppo tempo ormai terrorizzavano l’Occidente; da New

York a Madrid, da Londra a Sharm el Sheik, da Bali a Parigi a

Vienna e Berlino, e infine nella città dell’Urbe dove il panico

adesso regnava sovrano. Da diversi mesi, numerosi atti terroristici,

in un ininterrotto susseguirsi, sgomentavano la città.

Bar, cinema e hotel si erano da tempo svuotati, da quando

erano stati presi d’assalto dalle cosiddette “ombre dormienti”.

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Si trattava in verità di insospettabili individui di estrazione

coranica che, da inermi lavoratori di giorno, mutavano col

calar della notte la loro subdola condotta in quella di spietati

quanto scriteriati assassini kamikaze che, mescolati tra la

gente, a tempo debito offrivano il loro corpo per compiere

quell’atto atroce nobilitato dal grido di «Allah el kbar!» (Dio è

grande!), quale sublime catarsi, che ne avrebbe innalzato l’anima

nel più dorato dei paradisi.

Palestinesi ed ebrei continuarono la loro cruenta battaglia

per accaparrarsi la mitica città di Gerusalemme. La successione

di Arafat, seguita dopo pochi anni da quella di Sharon,

contribuì ad accrescere l’odio: i loro continuatori non cooperarono

alla risoluzione dei dissidi, anzi si mostrarono più

determinati e battaglieri.

L’Europa, divisa, come al solito, stava a guardare, in quanto

alcuni dei Paesi che la componevano parteggiavano sia per gli

uni che per gli altri.

Gli attentati dei kamikaze musulmani si fecero sempre più

devastanti, seguiti dalla ritorsione esasperata dell’esercito

israeliano con la morte di centinaia di innocenti vittime.

Nell’arco della lunga umana esistenza non era mai accaduta

una catastrofe di tale vastità globale, nemmeno nel Medioevo

oscurantista, né ai tempi delle barbarie più spietate.

Solo le chiese, gremite di soldati in assetto di guerra, brulicavano

di anime disperate e affrante, piangenti e preganti un

Dio ormai sordo a ogni supplica.

Il presidente americano, additato dal popolo come maggior

responsabile dell’universale tragedia, era stato rimpiazzato da

oltre un anno.

Ogni umana realtà era satura di orrore e morte, all’orizzonte

non s’intravedevano oggettivi sbocchi per una soluzione radicale

che ponesse fine a siffatto scempio.

Oramai sembrava impossibile colmare la voragine d’astio e

d’odio che divideva le tre distinte fazioni delle fedi monoteiste

originate da Abramo, che a dispetto dei sacri testi riluceva

quale sinistro padre infanticida, che pareva avesse trasmesso

la propria indole assassina, come orrifico retaggio, ai propri

invasati discendenti.

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CAPITOLO II

Nervosamente, il professore cercò nel mazzo la piccola chiave

con testa semiesagonale per aprire la cassetta della posta.

Il colore della busta che intravedeva attraverso le fessure in

plexiglas non lo convinceva.

Conosceva “i colori della sua corrispondenza”: bianche le

buste contenenti le bollette del gas e della corrente elettrica,

bordate di blu quelle del telefono, variopinte e di dimensioni

più grandi quelle dell’abbonamento alle riviste letterarie, verdi

a quelle scientifiche e così via dicendo…

Ma il giallo no, quasi mai riceveva “ posta gialla”.

Inserì la chiavetta concentrandosi per centrare il minuscolo

foro della serratura, afferrò la busta.

«Che disgrazia professor De Santis! Ha saputo dell’attentato

in Italia? È il suo Paese, dico bene? Dove andremo a finire!

Cosa ci aspetta! Mon Dieu!, mon Dieu!».

La vecchia, canuta signora francese del primo piano sbucava

fuori dall’ascensore pronunciando ad alta voce tali parole,

scuotendo la testa si avviava zoppicante verso l’uscita dello

stabile trascinando il suo carrellino della spesa a quadrettoni

bianchi e blu.

Il professore non badò molto alla vecchia, osservava la busta

gialla con crescente tensione; trasse un lungo respiro, inghiottì

la saliva e con mani sudate e tremanti finalmente l’aprì.

Lesse ciò che aveva temuto sin dal primo istante, sin da

quando nel rientrare al suo appartamento sito nel cuore di

Soho a New York, dopo la consueta, doverosa passeggiata

pomeridiana al Central Park con la sua fedele, baffuta compagna

Puma, una femmina di Irish Terrier, nell’androne si era

sentito stranamente nonché drammaticamente attratto dalla

metallica cassetta delle lettere, dove aveva scorto, quasi a presentirlo,

sotto cartacea forma, la sua pena.

Il telegramma inviato dall’Ambasciata Italiana informava il

professore che tra le vittime innocenti dell’attentato avvenuto

a Roma, c’erano anche suo fratello Alberto e sua moglie

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Silvia.

Volò a Roma la sera stessa.

* * *

Il cimitero del Verano era affollato da migliaia di persone

che piangevano chi i propri cari, chi per solidarietà a tanto

dolore.

Cupi stavano in preghiera, i preti, davanti alla cappella dove

Alberto e Silvia ormai riposavano.

Gli angeli scolpiti nel marmo sembravano urlare il dolore,

l’agonia di mille anime perse nel vuoto; grida strazianti echeggiavano

tra i fiori appassiti di tombe oramai dimenticate.

Troppe lacrime versate, disperate preghiere rivolte al cielo

da uomini che avevano ormai perso la fede.

Sul luogo dell’esplosione erano sopraggiunti fotografi e

giornalisti; gli enti radiotelevisivi di ogni nazione commentavano

l’ennesimo dei drammi.

I politici, impossibilitati a risolvere la tragica situazione,

esprimevano le loro condoglianze nel timore di cadere essi

stessi vittime di qualche attentato.

Alcuni dimostranti contro la guerra avevano spaccato delle

lapidi nel cimitero ebraico addossando le colpe di tanto male

allo stato d’Israele.

Il cielo era nero, enormi nubi si erano addensate come a

presagire altri avvenimenti funesti.

Roma piangeva i suoi morti.

* * *

«Vieni piccola mia» disse il professore a Virginia, appoggiandole

una mano sulla spalla.

«Anche per me è un dramma, hai perso i tuoi genitori e io

il mio unico fratello, il mio sangue. Andiamo a casa ora, devi

riposare. Il mondo è ingiusto e cattivo».

Virginia, che dall’accaduto non aveva né mangiato né pronunciato

parola alcuna, lo fissava con gli occhi ricolmi di

pianto, mentre un vento gelido soffiava tra gli alti cipressi del

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vecchio cimitero, prostrati quasi a voler sottolineare lo stato di

disperazione e dolore di quella giornata che avrebbe segnato

per sempre le vite di molti cittadini.

Poi con un filo di voce si rivolse allo zio chiedendo:

«Mamma e papà adesso sono angeli?».

«Sì tesoro sono i tuoi angeli, lo saranno per sempre».

Ciò che in verità il vecchio pensava è che erano stati destinati

soltanto a soddisfare la rabbiosa avidità dei vermi, i soli e

ultimi destinatari del terreno pasto.

Da scienziato non poteva certo ammettere l’esistenza di un

mondo al di sopra di questo.

«Che ne sarà di me?» ella chiese.

«Virginia, piccola mia, tu sei forte, ma adesso devi esserlo

ancor di più. E poi ci sono io, ci aiuteremo».

Infilando le mani tra i capelli, la ragazzina con rabbia strappò

alcuni fili dorati digrignando i denti, poi scoppiò in un

pianto senza fine.

Stremata sul selciato, abbracciava le bare contenenti i pochi

resti smembrati dei suoi cari, sotto la malinconica incessante

pioggia di foglie che parevano farfalle impazzite, in una rigogliosa

giornata di primavera.

Il professore la aiutò a rialzarsi e con forza la strinse a sé, per

condividere il dolore.

Le palpebre di Virginia erano gonfie e arrossate, lunghi capelli

di un castano dorato scendevano spettinati sul suo volto

consunto, lasciando intravedere solo i suoi occhi spenti.

«Sei un angelo» le diceva la madre quando la coccolava.

Gli occhi di un celeste chiaro evidenziati da folte ciglia e un

piccolo nasino all’insù le davano un’aria birichina, le acerbe

labbra la rendevano ancor più delicata.

Ora quel volto incantevole subiva contratto la prepotenza

del dolore.

«Guarda che hai combinato mio Signore, è per questa gioia

che devo pregarti?».

Con quelle parole pregne di rabbia e disperazione Virginia si

lasciò alle spalle il vecchio imponente cancello del cimitero.

Con andatura squilibrata, incerta, disorientata come un cane

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che ha perso la coda, seguiva lo zio che la precedeva di pochi

passi verso la macchina, posteggiata dall’altra parte della

strada.